Una faccia di pietra
Con il film “Per te”, di Alessandro Aronadio, Edoardo Leo veste i panni di Paolo, un padre colpito da Alzheimer precoce, nella storia vera vissuta insieme al figlio Mattia. Un viaggio dove il tocco ironico alla Buster Keaton diventa il rovescio della medaglia del dramma, e il passarsi il testimone si rivela la vera cura.
Rimanere impassibili di fronte alle insidie più grandi, trovando un’altra prospettiva anche nel misfatto. Come il mondo di Buster Keaton: il tragico che scivola nel gioco mentre la sua “faccia di pietra” rimane intatta; in una sua celebre gag, il comico resta immobile mentre la facciata di una casa gli crolla addosso, salvandosi solo perché centra l’unico spazio vuoto di una finestra aperta. Allo stesso modo, i protagonisti di “Per te”, cercano l’unico spiraglio possibile di fronte alla diagnosi, ovvero l’indifferenza. Questa magia, condita anche da una sottile ironia, era già presente in Paolo prima del dramma; sbeffeggiare il nemico e flirtare con il controsenso facevano parte del suo DNA.
Il medico ha una notizia buona e una cattiva. L’Alzheimer, però, non appartiene alla seconda categoria per Paolo, che decide di ribaltare le regole: la malattia non può e non deve essere vissuta come una condanna. Il black humor diventa la sua energia, e un carattere spigoloso si trasforma nell’antidoto per suscitare il sorriso altrui. La tipica espressione alla Keaton e un costume da Superman diventano le sue difese più grandi. Paolo cammina a braccetto con la paura di dimenticare tutto, confessandola proprio a suo figlio, la persona davanti alla quale vorrebbe apparire il più forte di tutti.
Dimenticare il PIN della carta di credito è un conto, ma accettare di non ricordare la neve il giorno più bello della propria vita, non va proprio giù. Non dovrebbe succedere mai, nemmeno davanti a una malattia degenerativa. Eppure, anche quando il mondo diventa sfocato, quasi come uno scarabocchio, restano impresse le immagini e i gesti: il sorriso di una madre, l’abbraccio di un figlio. Sono loro il diario più resistente.
Paolo non si chiude, accoglie la malattia con resilienza. Accetta la ferita e lascia che sia il figlio ad aiutarlo a ricucirla. Si prende cura di ciò che è raro e lo fa crescere come un albero, i cui frutti sono gli insegnamenti da trasmettere prima che sia troppo tardi.
Questo percorso diventa un rito di passaggio per Mattia, un ragazzino di undici anni che, all’improvviso, si ritrova a crescere emotivamente più del dovuto. «Mi dimentico tutto? Per fortuna ho mio figlio». Mattia assimila la lezione: è lui che, a sua volta, tenta di far sbocciare il sorriso sul volto di suo padre quando la malattia prende il sopravvento. Si assiste a uno scambio di ruoli che si rovescia nel tempo: un aiuto reciproco che li rende uno la forza dell’altro.
Alla fine si torna sempre in macchina. Mattia deve imparare a guidare perché presto dovranno scambiarsi di posto. “Adesso tocca a te, papà”, non alla guida, ma alla scrittura di una storia nuova da iniziare insieme. La traccia è trovare la comicità nel tragico e mantenere vivi i ricordi di questo viaggio. In quei momenti Paolo attraversa le dinamiche del gioco senza spezzarsi, proprio come in un film di Buster Keaton. La stessa presenza muta e lo stesso sguardo che resiste di fronte al caos, solo ed esclusivamente per suo figlio.
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