Shrinking: tra l’aiuto agli altri e il ritrovarsi

Shrinking: tra l’aiuto agli altri e il ritrovarsi

Jason Segel, insieme a un magistrale Harrison Ford, esplora la psicologia osservandola da ambo i fronti: quello del terapeuta e quello del paziente. La serie Shrinking, disponibile su Apple TV+, è un viaggio tragicomico e viscerale verso la complessa ricerca di un equilibrio: magari precario, ma più veritiero.

Quando un imprevisto fa perdere il baricentro, il buio e le ombre ridefiniscono i disegni di un’esistenza. Un addio accidentale continua a girare nella testa come macchine da scontro che si colpiscono di santa ragione, senza sosta, travolgendo il “giallo” caldo che illuminava le giornate. Tutto ciò che ha valore, persino la cosa più preziosa, non sbiadisce, ma si trasforma in qualcosa di troppo pesante da gestire.

In questo caos mentale, l’unica resistenza possibile sembra essere l’aiuto verso gli altri: esaminare i problemi diventa lo scacciapensieri perfetto e il lavoro si trasforma in un riparo. Un’ossessione tale da spingere Jimmy a diventare “l’amicone di turno” pur di evitare la persona più importante, e più spaventosa, con cui fare i conti: se stesso. Affrontare i propri scheletri nell’armadio sembra davvero l’esame più difficile, così la scialuppa di salvataggio diventa la competenza professionale per non affondare il colpo nella realtà personale.

Con i propri cari, però, questo meccanismo non può mai funzionare: una persona autentica come Jimmy, la quintessenza dell’emozione pura, non riesce a mentire a chi lo ama. Per lui distaccarsi da quel nucleo familiare sembra l’unica via di fuga per non mostrare la sua parte peggiore. Guardare negli occhi una figlia fa male: è il promemoria vivente di ciò che si è perso. Al tempo stesso, però, può diventare la prima, fondamentale ancora a cui aggrapparsi per rivedere il bello che c’è intorno.

L’aiuto compulsivo, dopotutto, era solo un’anestesia. Un rimedio efficace nell’immediato, ma incapace di curare davvero la ferita. Prima o poi, l’effetto svanisce. Il crollo rappresenta proprio il momento esatto in cui quella dose di distrazione smette di bastare. Costretto finalmente a guardarsi allo specchio, Jimmy si ritrova in un estenuante gioco dell’oca: ritornare su quelle caselle che riteneva necessario archiviare, affrontando rapporti e responsabilità lasciati in sospeso lungo il percorso.

Lo “Jimmeggiare”, istintivo, ferito e caotico, va inevitabilmente a scontrarsi con un approccio totalmente diverso: quello dello psicoterapeuta Dottor Paul Rhoades , un metodo autorevole e solido, forte di una lunghissima esperienza. Il loro è uno scontro affettuoso, una dinamica simile a quella tra un padre e un figlio che sembrano ostacolarsi. In realtà, dietro i continui battibecchi non c’è mai la volontà di sminuire il lavoro dell’altro, bensì il desiderio profondo di migliorarsi reciprocamente, sia sul piano professionale che su quello personale.

Paul è l’anziano del gruppo, ma per certi versi è anche il più “matto” di tutti. Se le sue abitudini e i suoi acciacchi sono quelli di un settantenne, il suo linguaggio non lo è affatto: è sregolato, libero, capace di dialogare con un’aria da burbero ma, al contempo, sensibile e rispettosa. Grazie a uno sbeffeggio goliardico, riesce a entrare in stretta sintonia con chiunque lo circondi.

La grandezza di Paul sta nella rara umiltà di saper imparare da tutti, superando i rigidi schemi accademici per creare con il paziente un legame autentico e libero da preconcetti. Questa sua apertura gli permette di trovare la combinazione giusta per scardinare quelle porte interiori che le persone tengono sbarrate a doppia mandata. Nonostante una carriera che ha assorbito tutta la sua vita, non si limita a fare il terapeuta che spiega agli altri come conoscersi. Al contrario, continua a mettersi ogni giorno in discussione: è proprio attraverso i piccoli “disastri” dei suoi pazienti e dei suoi colleghi, di Jimmy soprattutto, che finisce per illuminare le proprie zone d’ombra. È un aiuto reciproco, diretto e indiretto.

Ciò che la serie vuole suggerirci è ritratto proprio nell’intersezione tra i due protagonisti. Da un lato abbiamo il flusso distruttivo e rigenerativo di Jimmy, che impara a proprie spese che la ferita si attraversa, non si aggira; dall’altro c’è il metodo Paul, che dimostra come l’esperienza non sia un’armatura contro la vulnerabilità, ma uno strumento per accoglierla e farne uno dei suoi punti di forza per dialogare con il mondo.

Shrinking ci ricorda che la salute mentale non è un percorso fatto di risposte pronte. Lo “jimmeggiare” e il “metodo Paul”, pur opposti, si fondono in un unico, profondo baricentro: guarire significa accettare il disordine della vita, smettere di anestetizzarsi e avere il coraggio di mostrarsi risolti a metà, sia davanti a uno specchio che davanti alle persone che ci amano. Sfiorare di nuovo il “giallo” della vita, riconoscendo vulnerabilità e ferite come i nostri primi amici e diventare, subito dopo, alleati del prossimo. Un po’ malandati, sì, ma più cresciuti e consapevoli. Ciò significa comprendere che non sempre è possibile camminare lungo una linea retta predisposta in un diagramma, ma è necessario saper procedere a zig-zag: una traiettoria in cui, proprio gli intervalli irregolari, diventano lo spazio per fermarsi, aiutarsi e, alla fine, forgiare una versione migliore di se.

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