Troisi e Tommaso: siamo così diversi noi due?
In “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”, la Napoli dei primi anni ’90 e le note di “Quando”, scritta da Pino Daniele per un amico fraterno, fanno da contorno al paradosso dei sentimenti da titoli di coda.
In questa sua ultima regia, la distanza tra l’attore e il personaggio si assottiglia fino a scomparire. Il segreto di questa fusione è una congruenza profonda: l’incompiuto. Lungi dall’essere un limite, questa condizione rivela in realtà una prospettiva diversa, e a suo modo completa, di stare al mondo. Troisi e Tommaso navigano sulla stessa barca, ognuno con il proprio remo, per sostenere insieme un’esitazione linguistica e sentimentale. Davvero una simmetria perfetta.
Dopotutto, dare voce al non detto e mandare “allegramente” a quel paese l’italiano corretto rappresenta da sempre il pane quotidiano di Troisi. Perché quando l’adulto si incarta, il bambino subentra, e comunica: il motore della sua presenza scenica sta proprio nel suono inconfondibile, buffo e quasi infantile della sua voce. Un idioma incompleto, interrotto a metà via, che ritrova però la destinazione esatta attraverso la mimica facciale, i gesti, i suoni e i silenzi che lo accompagnano. La sua vera bussola è far emergere il gioco drammatico e comico a discapito dell’inciampo linguistico. Troisi si comporta come chi, al parco, non trovando l’altalena, nota un’altra attrazione e la usa per dondolarsi. Questo “bambino adulto” rappresenta la sua vera soluzione artistica, il suo genio assoluto.
Un’autenticità espressiva riflessa nell’amore del film: un sentimento che sembra sempre sul punto di compiersi, senza riuscirci mai del tutto. Uomo e personaggio partono dalla stessa radice, anche se agli occhi dello spettatore l’incompiuto assume due forme diverse. In Troisi è un tratto distintivo, un punto di forza unico e riconoscibile; in Tommaso, almeno all’inizio, sembra essere un punto forzato che genera solo una costante incertezza.
Una trappola emotiva, quella tra Tommaso e Cecilia, che trova la sua sintesi fin dal loro primo minuscolo equivoco sonoro. Basta un gemito interpretato male nel momento più bello per far nascere altarini che in realtà non esistono. È la confusione tipica di un amore “pazzo”, che rifiuta la logica comune e l’usato sicuro. Suggellare questo sentimento con l’atto conclusivo del matrimonio fa tremare le gambe, ed è lì che i pensieri prendono il sopravvento. Pronunciare quel “sì” sul momento significa rischiare un “no” sicuro per il futuro, per il timore che una promessa formale possa far sciogliere nel tempo l’intensità dell’amore stesso, come “neve al sole”.
Un peso che viene retto solo dal desiderio: l’idea reciproca, la mancanza, l’attesa e la gelosia sono il carburante principale. In quei momenti di lontananza i due si sentono vicini, ma quando si trovano concretamente l’uno accanto all’altra, scoprono di essere distanti. Il loro rapporto diventa così una rincorsa che, nel momento stesso in cui raggiunge il traguardo, finisce per consumare la gara che l’aveva resa necessaria. Ci si ritrova con la medaglia d’oro al collo senza sapere davvero cosa farcene, incapaci di attribuirle il significato che avevamo immaginato. Insomma… il calesse. In questo cortocircuito in cui le parole si svuotano di senso, persino il sesso smette di essere un vero punto d’incontro e diventa l’unico rifugio in cui nascondersi.
L’unica salvezza, allora, è comprendere di avere ancora bisogno l’uno dell’altra, ma senza l’obbligo di inseguire il classico «vissero per sempre felici e contenti». Continuare a condividersi senza la pretesa di definirsi, rimanendo nel limbo del “Che cosa siamo noi?”, si rivela il salvagente più sicuro: una strategia lontana dagli schemi convenzionali di qualsiasi regola sentimentale non scritta. In fondo, un “ti amo” pronunciato davanti all’altare non ha lo stesso sapore di quello detto al bar, di fronte a “na tazzulella e cafè”.
L’amore di Tommaso parte da qualcosa di pieno e vissuto, ma resta ostile alle definizioni. Proprio come accade per Troisi e la sua forma espressiva, questo stato di eterna incompiutezza smette di essere una mancanza: per l’uomo e il personaggio, vivere quel limbo diventa l’unica forma possibile di totale completezza.
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