“L’Attimo” fugge, strappando il copione
Negli Stati Uniti, nel giugno del 1989 usciva nelle sale cinematografiche “L’attimo fuggente”, il capolavoro di Peter Weir con Robin Williams. La storia nel collegio di Welton, ancora oggi ci spinge a interrogarci su come stiamo conducendo la nostra esistenza.
Non era un film da “vedere”. La sua forza non risiede nel puramente visivo, che quasi passa in secondo piano, ma in forze motrici intangibili: lo spirito e l’animo. Deve scuoterti così tanto da farti giungere a una domanda: ho davvero scelto la strada giusta? Non basta l’esclamazione: “Che bel film!”. Il vero brivido nasce dal dubbio, che può essere risanato soltanto attraverso ciò che sentiamo davvero. Questa sensazione va presa per mano e fatta camminare, anche in modo goffo o imperfetto, purché sia il nostro modo di farlo e non assolutamente un tragitto condizionato dal bisogno di apparire giusti.
Il nodo cruciale che dovrebbe smuovere ognuno di noi, nessuno escluso, è proprio questo: non tenere nascoste tutte quelle emozioni profonde che ci fanno sentire vivi. E’ qui che il corpo sobbalza e tenta di arginare i propri limiti, ovvero i blocchi che ci impediscono di esprimere la nostra follia più recondita. Dire la prima cosa che ci passa per la testa va bene, non è giusto o sbagliato. In quel momento ci sei tu, nel primo istinto che viene sprigionato. Se non si fa, si vive un’altra vita. Facciamo prevalere i doveri, le aspettative e il ruolo che abbiamo scelto di interpretare, fino a quando, quasi senza accorgercene, quello stato inizia a prendere le sembianze di una casa: un rifugio in cui finiamo per sentirci scomodamente comodi. Da un lato ci dà sicurezza, ma dall’altro ci logora. In questo paradosso si finisce per gettare la spugna, lasciando vincere una rigidità profonda e il blocco in una mentalità che ci hanno inculcato fino al midollo.
Nel film questo vuoto viene riempito dalla poesia e dal teatro. In noi, invece? C’è chi pensa di sapere già qual è la sua linfa vitale e chi, invece, non lo sa ancora. Forse, però, sono proprio questi ultimi i più fortunati. La scoperta è faticosa, ed è proprio questo a rendere così affascinante il viaggio: prendere secchiello e paletta e iniziare a scavare, senza sapere esattamente cosa si troverà. Significa approfondire il nostro ignoto, restando semplicemente con se stessi anziché inseguire direzioni già tracciate. Solo in questo modo si può raggiungere la nostra unicità e toccare la bellezza più autentica. Una volta capita, il gioco si espande, si condivide. Il nostro messaggio viene accolto in una dimensione che segue la nostra personale modalità di vivere, non più sottomessa a uno standard imposto, ma legata a un processo capace di formare un ideale estremamente vero.
Compreso ciò, si è in confusione, incapaci di capire se andare a destra o a sinistra, perché scegliere significa andare contro la dittatura di un sistema pragmatico, fondato su regole fisse e rigide. Però, se cambi prospettiva, e vedi le cose da un’altra angolazione, la risposta è evidente: quel fuoco vitale che ci brucia dentro è la soluzione, lo stesso che per i primitivi rappresentava l’unico modo per scaldarsi, nutrirsi e tenersi in vita. È la sopravvivenza. In tutta risposta, proprio in quel preciso istante, il corpo si risveglia e si lancia con tutto se stesso nella vita, senza limiti.
Lo scontro tra la vita autentica e l’immobilismo indotto si manifesta nel destino dei due giovani protagonisti, attraverso due dinamiche opposte. Da un lato c’è la scena volta a far emergere la vita tra il professore e Todd, un ragazzo che faticava a esprimersi e riteneva la parola altrui più importante della sua (un aspetto che emerge nel discorso in camera con Neil). Keating intuisce subito questa fragilità e, anziché lasciarla soffocare dal silenzio, la accoglie spogliandola di ogni paura: spinge Todd a “rompersi” davanti a tutti, liberando la sua voce per dimostrargli che il suo mondo interiore merita di essere ascoltato. Gli permette così di sovrastare il giudizio altrui attraverso la spontaneità del pensiero più nascosto.
Dall’altro lato c’è la scena tra il padre e Neil, in cui si assiste al processo inverso: un padre che blocca le ali del figlio e lo costringe a costruire un futuro che non sente suo, fino a spegnerlo. Lo imprigiona solo ed esclusivamente con il peso delle aspettative, incastrandolo in un blocco categorico, logorato dalla macchia del rimpianto. In poche parole, diventa la marionetta di qualcun altro. Tutto il dramma si riassume proprio nel dualismo di due sole affermazioni del ragazzo stesso: “Sì, signore” e “Sì, capitano”. Il primo è l’atto di devozione forzata verso chi non ci comprende. Il secondo, invece, è il grido di chi riscopre se stesso e si sente finalmente libero per il resto della vita. Purtroppo, l’interpretazione a teatro di Neil lascia spazio al silenzio: un copione buio, scritto da altri, su cui cala definitivamente il sipario. Perché quando mancano le parole per esprimersi, i non detti si accumulano, portando a un senso di incompiutezza e soffocamento.
Il film trasmette due messaggi attraverso due imperativi invisibili: il primo è imparare a vedere oltre e non fermarsi all’ascolto passivo o al significato letterale delle parole, ma esortandoci a decifrare tutto ciò che si nasconde nella non-comunicazione. Perché può essere proprio in un silenzio, in un capo abbassato, in uno sguardo che si sposta o in un sorriso non troppo completo, la chiave per comprendere davvero chi abbiamo di fronte. Il secondo è avere il coraggio di rischiare: è solo in quelle occasioni, infatti, che ti conosci davvero. Se non lo si fa, si resta delle semplici macchiette sociali, artefatte, scosse nel movimento e nella parola dal contagio di impulsi esterni, lontani dal nostro sentimento più puro e dal processo che riguarda la continua ricerca di noi stessi.
Anche dopo 37 anni, questo film rimane e ci indica la strada da percorrere quando tutto sembra incomprensibile: non scappare, abitare pienamente il momento presente e capire cosa possiamo costruire. Così, finalmente, possiamo far prendere vita alle nostre idee e farci ascoltare.
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