Fuorigioco: Diego Armando Maradona
Maradona era tanto geniale quanto tormentato. Nella sua vita, è stato coinvolto in ogni tipo di scandalo immaginabile: da risse di massa a feste sfrenate, da presunte relazioni con la camorra a vivere l’onta di risultare positivo al doping e essere poi bandito dal calcio giocato. Diego non era solo uno sportivo, era un simbolo: ribellione, sregolatezza e libertà e, forse, proprio questo mix è stato la causa della sua tragica fine. Questa però non è una storia tutta nera. Parlare solo in negativo sarebbe scorretto nei confronti di chi, tra gesta in campo e atti di bontà fuori, ha riacceso la gioia e la speranza di Napoli e dei suoi abitanti.
Gli esordi
La storia controversa di Diego comincia in Argentina, luogo baciato dal Dio del calcio. Fin dall’inizio, si è assicurato di far alzare qualche sopracciglio ai giornalisti del tempo, rendendo pubblica la sua rabbia per non essere stato convocato per i Mondiali all’età di 17 anni. Col senno di poi, in effetti, non aveva tutti i torti! In breve tempo, aveva trasformato l’Argentinos Juniors in una delle squadre più forti dell’Argentina, ed era già considerato da alcune riviste come il miglior giocatore del pianeta prima ancora di lasciare il club della sua città natale. E infatti, solo 3 anni dopo, sarebbe passato al Barcellona come il giocatore più costoso di tutti i tempi (record battuto poi di nuovo col suo trasferimento al Napoli).
Proprio a Barcellona, il mondo del calcio ebbe il primo assaggio di Diego. In campo era “qualcosa di superiore”: saltava difensori come birilli, vedeva linee di passaggio che soltanto qualcuno dotato di terzo occhio avrebbe visto, toccava il pallone con una delicatezza mai vista prima, sembrava davvero che la palla fosse innamorata di lui. Era fuori dal rettangolo, però, che i problemi venivano fuori e il Barca cominciava a preoccuparsi. La società venne a sapere che a casa di Maradona c’era un continuo viavai di gente; la festa non finiva mai e, dopo appena 15 partite, uno dei medici notò che gli occhi di Diego avevano un colorito stranamente giallo: il controllo tolse tutti i dubbi, aveva preso l’epatite. Fu quindi costretto a stare fuori per 3 mesi. Una volta tornato in squadra, riuscì a farsi cambiare il programma di allenamento in modo da poter dormire la mattina, per non mancare ai festini la sera. Litigava spesso con il presidente e chiese addirittura di essere pagato in più per ogni amichevole giocata. Non era una figura facile da gestire, ma il Barca lo assecondava per quello che faceva vedere in campo. Da lì a poco però, tutto cambia.
Alla quinta partita della sua seconda stagione in blaugrana, Andoni Goikoetxea, ex difensore del Bilbao, gli rompe una gamba. Nel calvario della riabilitazione Diego ha il suo primo contatto con la droga, nella movida notturna spagnola. El pibe de oro riesce miracolosamente a tornare in campo dopo soli 3 mesi dall’infortunio ma, nell’ultima giornata di campionato, le stelle si allineano nel peggiore dei modi: il Barcellona avrebbe affrontato proprio l’Athletic Bilbao nella finale di Copa del Rey. Maradona era assetato di vendetta; doveva assolutamente vincere la coppa. Così, quando le cose non andarono come previsto e i la panchina del Bilbao si riversò in campo provocandolo, Diego perse il controllo e colpì uno di loro con una ginocchiata in faccia e mandandolo al tappeto e dando inizio a una delle risse più vergognose della storia del calcio. Con la polizia antisommossa costretta a forzare l’ingresso in campo e con il re di Spagna presente sugli spalti, questo episodio causò al Barcellona un’immensa vergogna e spinse il presidente a decidere che l’esperienza di Maradona nel club era giunta al termine.
Diego e Napoli
Il 5 luglio del 1984: Diego Armando Maradona sbarca a Napoli per 13 miliardi e mezzo di lire (6.5 milioni attuali), diventando di nuovo il calciatore più pagato della storia. Gli 80mila presenti al San Paolo quel pomeriggio urlano e acclamano il suo nome ma, forse, nessuno di loro si sarebbe aspettato di raggiungere i risultati che poi seguirono. Il Napoli di quel periodo storico non era il Napoli di adesso, riconosciuto da tutti come uno dei top club in Serie A. Fino all’arrivo di Diego non aveva mai vinto uno scudetto e galleggiava nella mediocrità. Nei suoi sette anni all’ombra del Vesuvio, Maradona vince due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e una coppa UEFA. Ma El pibe de oro, per Napoli e per i napoletani, non è solamente un giocatore di calcio: è il simbolo della ribellione all’oppressione del nord contro il sud, è il piccolo che si rifiuta di stare sotto la scarpa del grande, è il debole che si lancia contro il potente e vince, è la dimostrazione che le emozioni non si possono e non si devono controllare, genio e sregolatezza, proprio come Napoli.
Diego è il nome dei bambini, è il murales sulla strada, è la figurina vicino alle statuette di padre Pio, è quasi un amico che molti non hanno nemmeno mai conosciuto. Eppure, nella sua bellezza sconfinata, vive anche la più buia delle verità: su Maradona, prima della città, ci sono le mani della camorra. Ma cosa voleva la camorra da Diego? Era un modo per ostentare il suo potere. Si divertiva a farsi vedere con il grande Maradona. Lo faceva sfilare a ogni tipo di evento, dalle feste alle cerimonie di insediamento. Era il suo pupazzo, che sfoggiavo come simbolo di vendetta nei confronti del nord Italia. Maradona, troppo buono per accorgersi di essere diventato a tutti gli effetti un burattino, vive questi rapporti definendoli addirittura come un’età d’oro. “Ovunque andassi, mi regalavano un altro Rolex.” dichiarò, riflettendo su quei tempi. La sua caduta nella droga fu poi anche quella colpa della camorra, che usava la sua dipendenza come modo per tenerselo “al guinzaglio”. La camorra lo copriva dalle analisi delle urine, che erano diventate mandatorie, scambiandole con quelle di altri giocatori o pagando direttamente i medici. Questo fino a quando c’era ancora bisogno del “giocattolo”. Dopo la vittoria del mondiale nell’86 con l’Argentina, il clamore mediatico causato durante Italia 90, con lo stesso Maradona che invitava i napoletani a tifare Argentina nella semifinale contro l’Italia e le brutte prestazioni del Napoli nella stagione 90-91, le tensioni tra Diego e la città erano al punto più alto mai visto. La camorra, che ora vedeva Maradona come figura problematica, decide quindi di “farlo fuori” smettendo di pagare i dottori a sua insaputa. Vengono trovate tracce di sostanze stupefacenti nelle sue urine e Diego viene condannato a 14 mesi di squalifica dal calcio giocato dalla FIFA. Qui finisce di fatto la carriera calcistica di Maradona, nonostante brevi e deludenti successive esperienze al Sivilla prima ed al Newell’s Old Boys poi.
Nonostante la fine della carriera da giocatore, i problemi continuarono anche fuori dal rettangolo di gioco. All’inizio del 2000 Maradona toccò il fondo, andando in overdose e trascorrendo due giorni in coma. Gli fu poi ordinato di pagare 33 milioni di euro di tasse all’Italia, cosa che rifiutò di fare perché, secondo lui, non doveva nulla al paese. Questo gli impedì di entrare in Italia da quel momento in poi. Alla fine, nel 2008, riuscì a rimettersi in forma e a raggiungere probabilmente il livello di disintossicazione più alto degli ultimi decenni, assumendo la guida della nazionale argentina ai Mondiali del 2010 prima di passare al calcio di club e vivere una vita molto più tranquilla. Gli ultimi suoi anni, seppur più sereni, suscitarono molta attenzione mediatica: si parlava spesso della sua salute o della possibilità di una ricaduta nel vortice della droga. Discussioni che continuarono fino al 25 Novembre 2020. Tredici giorni dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico al cervello e a soli 60 anni, Maradona decede per insufficienza cardiaca.
Purtroppo un’anima tormentata come Diego non trova la pace nemmeno dopo la morte. L’équipe medica che lo aveva assistito dopo l’operazione cerebrale, è stata posta sotto inchiesta per sospetta negligenza medica e omicidio colposo, rischiando pene detentive da 8 a 25 anni, poiché gli inquirenti hanno affermato che i segni dell’imminente insufficienza cardiaca erano visibili 12 ore prima del decesso e che l’équipe li aveva semplicemente ignorati.
La verità più profonda su Diego Armando Maradona, forse, è racchiusa proprio nel titolo di questo articolo, che ha accompagnato la sua intera esistenza: fuorigioco. Quella linea immaginaria che detta i limiti del regolare e non. Diego, però, non è mai stato un uomo da confini. Ha vissuto l’intera vita oltre quella linea: troppo veloce per i difensori, troppo estremo per i moralisti, troppo fragile per i mostri che lo hanno circondato, e decisamente troppo grande per un mondo che voleva incatenarlo a un regolamento.
Share this content:



Commento all'articolo