Metafore a nudo:viaggio intimo tra memoria e leggerezza

Metafore a nudo:viaggio intimo tra memoria e leggerezza

Il 24 maggio avevo un biglietto gratis, non lo nascondo, al piccolo Bellini di Napoli per “Metaforicamente Schiros”, un monologo scritto e interpretato da Beatrice Schiros, con drammaturgia di Gabriele Scotti. Sono entrato, mi sono messo a sedere, e ho assistito. Tutto semplice, come il messaggio trasmesso.  

Riprovarci, spogliandosi completamente. Mettere a nudo tutti gli almanacchi mentali che, nella maggior parte dei casi, scegliamo di chiudere in gabbia per tutta la vita. Pensieri che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, iniziano a pesare come macigni. Uno zaino nero, terribilmente ingombrante, che ci incurva e ci consuma a tal punto da farci sentire lontani persino dalla dimensione che sentiamo più vicina, ossia il teatro.

Ti senti perso, non ti riconosci più, e allora inizi a guardarti davvero in faccia, fino ad arrivare alla domanda più difficile a cui rispondere: “Ma io chi sono?”. Quando finalmente riesci a porti di fronte a tale mistero, prendi l’ultimo pezzo del puzzle. Solo che, invece di finire il gioco, lo inizi. Da quel momento, tutta la forza che si nasconde in noi, viene liberata proprio mandando al diavolo ogni briciolo di dignità, anzi, dimenticando completamente l’esistenza della parola stessa, gettandola, e abbattendo ogni singola sfaccettatura della maschera sociale. Barriera che viene distrutta per lasciare spazio a una pazzia ridicola ma lucidissima, capace di toccare insieme una profondità e un’ironia davvero avvolgente. Un monologo che presenta il segreto per allievare i giri immensi nella nostra mente dei pensieri più intimi e nascosti, che puntualmente, nei momenti meno opportuni, ritornano sempre: farli uscire, tutti, e comprenderli. Ora lo zaino cambia: è bianco, più leggero e ci permette di camminare con più equilibrio.

Abbiamo le nostre ammaccature, non siamo indistruttibili. Ed è proprio questa fragilità, presente nella storia, a creare un punto di rottura nello spettatore: un sorriso leggermente smorzato, perché l’accenno delle labbra è subito seguito dalla riflessione. Capiamo che essere “distruttibili” è normale. Dobbiamo solo imparare a riattaccare i cocci e dare nuova vita a ogni singolo pezzo, senza remore, e, attraverso un’allegria forse un po’ tormentata, rinascere. Dubitare di se stessi, ricostruirsi, permettere ai propri occhi di vedere in modo diverso e, finalmente, ritornare nel posto che è sempre stato “casa”. Forse,vedere la vita attraverso il teatro può farci sentire, dopotutto, un po’ meno soli di quanto si creda.

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