Michel Emi Maritato (Assotutela): “L’auto di Falcone è un simbolo sacro, Nordio ci ripensi”
“Quell’auto è un frammento sacro della memoria repubblicana. Non si amministra come un arredo istituzionale: si rispetta”.
Il trasferimento dell’auto di Giovanni Falcone, proposto dal Guardasigilli Carlo Nordio, continua a sollevare accese polemiche. Sulla questione interviene con fermezza Michel Emi Maritato, Presidente Nazionale di Assotutela, che lancia un appello accorato al Ministro affinché riconsideri la decisione. Lo abbiamo intervistato.
Presidente Maritato, la proposta del Ministro Nordio di trasferire l’auto di Giovanni Falcone ha riacceso il dibattito sulla gestione della memoria della lotta alla mafia. Qual è la posizione di Assotutela?
«L’automobile di Giovanni Falcone non è un oggetto da spostare in base alle convenienze politiche o alle suggestioni del momento. È un simbolo nazionale, un frammento sacro della memoria repubblicana, il segno tangibile del sacrificio di un uomo che ha dato la vita per lo Stato e per la legalità. Pensare di sottrarla al luogo della memoria per trasferirla altrove rappresenta una scelta profondamente sbagliata, divisiva e difficilmente comprensibilell».
Perché ritiene così fondamentale che l’auto rimanga a Palermo? Non crede che portarla altrove possa diffondere maggiormente il suo messaggio?
«Falcone appartiene all’Italia intera, ma Palermo rappresenta la ferita aperta, il teatro del sacrificio e il luogo della sua testimonianza più alta. Spostare quell’auto significa alterare un presidio simbolico di memoria, educazione e coscienza civile. In un tempo storico in cui i giovani hanno bisogno di esempi autentici, ci chiediamo se la priorità debba essere spostare un simbolo o piuttosto rafforzare concretamente il contrasto alla criminalità organizzata, sostenendo magistrati, forze dell’ordine e tutti coloro che ogni giorno combattono la mafia in prima linea».
Nel suo intervento ha usato parole molto forti, parlando del rischio di trattare la memoria come un “arredo istituzionale”. Cosa intende esattamente?
«Mentre le organizzazioni criminali evolvono, si infiltrano nell’economia, nella tecnologia, nella finanza internazionale e nei sistemi globali, il rischio è quello di trasmettere al Paese un messaggio profondamente distorto: che la memoria possa essere amministrata, appunto, come un arredo. No. La memoria di Giovanni Falcone non si sposta: si custodisce, si protegge e si onora».
Qual è, in conclusione, il suo messaggio diretto al Guardasigilli?
«Rivolgo un appello al Ministro Carlo Nordio affinché riconsideri immediatamente questa ipotesi. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non appartengono ai governi di turno né alle appartenenze politiche: appartengono al popolo italiano, alla Sicilia e a tutti coloro che credono nella giustizia, nella legalità e nel coraggio dello Stato. Ci sono simboli che non si amministrano: si rispettano».
C’è un valore sottile, eppure potentissimo, nella permanenza fisica dei simboli della memoria, che si configurano come veri e propri pilastri di istituzionalità per la legalità, specialmente all’interno del percorso educativo dei più giovani. Quando parliamo dell’auto di Giovanni Falcone, non ci riferiamo a un semplice oggetto da ricollocare, ma a una lezione di storia vivente che ogni anno attira tantissimi studenti. Basti pensare alle numerose scolaresche romane che partono proprio dagli istituti della Capitale per venire qui in visita, un viaggio che non è una semplice gita, ma il fulcro di veri e propri progetti didattici sulla legalità portati avanti durante l’anno scolastico.
Per i bambini e per i ragazzi, poter vedere con i propri occhi quel presidio di memoria nel suo contesto naturale – lì dove la ferita è aperta e la testimonianza si fa concreta – trasforma un concetto astratto in una realtà tangibile e istituzionale. Sradicare quell’auto dal suo luogo d’elezione per trasferirla altrove significa interrompere questo filo conduttore, privando le scuole di un punto di riferimento visivo ed emotivo insostituibile per i loro percorsi formativi.
Spostarla è un errore profondo: la memoria e la legalità non si delocalizzano, si coltivano lì dove continuano a educare i cittadini di domani.
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