L’Orizzonte dell’Ultima Speranza: Oltre la Retorica delle Vite “Incaute”

L’Orizzonte dell’Ultima Speranza: Oltre la Retorica delle Vite “Incaute”

Nel dibattito pubblico sulle migrazioni, una parola riaffiora con preoccupante frequenza per descrivere chi perde la vita in mare: “incauto”. È un termine che sposta la responsabilità del dramma dalla carenza di politiche umanitarie alla presunta sconsideratezza del singolo. Tuttavia, un’analisi rigorosa dei fatti e dei contesti di partenza rivela che quella che dall’esterno appare come un’imprudenza, per chi la vive è l’unica strategia di sopravvivenza rimasta.

Il Mediterraneo si conferma oggi la rotta migratoria più letale al mondo

Secondo i dati del Missing Migrants Project dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), la contabilità del dolore non accenna a diminuire: oltre 2.500 vittime accertate nel 2024 e una proiezione per il 2025 che ha già superato la soglia dei 2.300 decessi. Solo nei primi mesi del 2026, i report di UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) registrano già centinaia di dispersi, a dimostrazione che né i deterrenti politici né le condizioni meteo avverse fermano chi fugge da un destino peggiore.

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Resti di un gommone sulla costa di Zuwara portato a riva dalla corrente (foto: Marta Bellingreri)

Il paradosso dei costi: la legalità come lusso negato

Uno degli argomenti più comuni usati per delegittimare chi parte riguarda la disponibilità economica: “Se hanno migliaia di euro per pagare i trafficanti, perché non prendono un aereo?”.
La risposta non risiede nella scelta, ma in un’impossibilità burocratica.


Analizzando i costi medi dei consolati, un percorso legale attraverso un visto umanitario avrebbe un costo irrisorio, circa 60-100 euro per i diritti di segreteria. Tuttavia, l’accessibilità a questa via è pressoché nulla nelle zone di conflitto, dove le rappresentanze diplomatiche sono chiuse o richiedono garanzie documentali impossibili per un perseguitato.

Di contro, come documentato dai rapporti di Frontex e di diverse ONG (tra cui Save the Children), il percorso illegale gestito dai trafficanti è l’unico immediatamente disponibile, ma a prezzi esorbitanti che variano dai 3.000 ai 10.000 euro a persona. Il migrante paga una cifra fino a cento volte superiore rispetto a un volo di linea per acquistare l’unica, pericolosissima, possibilità di fuga. È un’economia della disperazione dove chi ha meno diritti deve pagare di più per rischiare la vita.

L’anatomia dell’odio e la guerra tra poveri

Parallelamente alla tragedia in mare, si assiste a una “tragedia della percezione”. Una parte dell’opinione pubblica reagisce con un’avversione che spesso sfocia nell’odio manifesto. Le analisi sociologiche contenute nell’ultimo Rapporto Censis individuano la causa di questo fenomeno nella cosiddetta “guerra tra poveri”. In un’epoca di precarietà e smantellamento del welfare, il migrante viene trasformato nel capro espiatorio ideale.

Il risentimento spesso non nasce da una cattiveria intrinseca, ma da un senso di abbandono delle classi popolari che vedono nello straniero una minaccia a risorse percepite come scarse. Definire “incauto” chi muore funge così da meccanismo di difesa psicologica: deumanizzare la vittima serve a non dover provare compassione e a giustificare il proprio privilegio di nati dalla parte “giusta” del confine.

La trappola del reato e l’illegalità forzata

Lo stigma della criminalità ignora deliberatamente il contesto giuridico. Le statistiche del Ministero dell’Interno e le analisi della Fondazione Leone Moressa mostrano che la maggior parte dei reati ascritti a cittadini stranieri è legata a una condizione di irregolarità forzata. Senza un permesso di soggiorno, l’individuo diventa invisibile. Non può affittare una casa o avere un contratto legale, finendo inevitabilmente nelle maglie del lavoro nero o della piccola criminalità di sussistenza. Non si tratta di una predisposizione individuale — dato che la maggior parte proviene da paesi in emergenza come Sudan, Siria e Afghanistan — ma di un vicolo cieco sociale creato da un sistema che nega l’integrazione.


Lo scrittore Erri De Luca ha spesso definito questi viaggiatori come cercatori di vita, sottolineando che “il Mediterraneo è un mare che separa i vivi dai vivi, ma unisce i destini. Chi parte non sfida la sorte per svago, ma per dovere verso la propria esistenza”.

Giudicare “incauto” chi muore in mare è, in ultima analisi, un atto di cecità politica. La vera imprudenza appartiene a una comunità internazionale che si ostina a non aprire canali sicuri.

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