IL DIBATTITO SUI CRIMINI DI GENERE
Perché negare il femminicidio è un errore giuridico e scientifico.
Identificare la matrice di un delitto non significa dare un valore diverso alla vita umana, ma riconoscere la dinamica per poter fare prevenzione. La controriforma culturale di chi liquida il fenomeno come “un omicidio come gli altri” si scontra con i dati e con il diritto.
C’è una tendenza strisciante, nel dibattito pubblico meno avvertito o più incline alla provocazione ideologica, che ciclicamente riemerge per liquidare il termine “femminicidio” come un’invenzione linguistica, una concessione alla moda del politicamente corretto.
L’argomentazione, spesso cavalcata da figure come il generale Vannacci, si muove su un terreno apparentemente di buon senso: “Un omicidio è un omicidio, la vita di un uomo non vale forse quanto quella di una donna?”
La risposta a questa domanda è ovviamente affermativa: ogni vita umana possiede il medesimo, identico valore etico e giuridico. Ma l’errore logico e metodologico di questa tesi risiede altrove. Confonde il ‘valore’ della vittima con la ‘matrice’ del reato. Dire che il femminicidio non esiste significa, di fatto, ignorare la criminologia moderna, la statistica e lo stesso sviluppo del nostro ordinamento giuridico.
La lezione del contrasto alle mafie
Per comprendere l’importanza di definire un reato in base alla sua genesi, è utile un parallelismo con la storia giuridica del nostro Paese. Quando nel 1982 venne introdotto l’articolo 416-bis nel codice penale (il reato di associazione di tipo mafioso), nessuno si sognò di eccepire che i delitti di mafia fossero “semplici omicidi” o estorsioni comuni. Erano omicidi, certamente, ma perpetrati all’interno di un sistema preciso, con modalità e finalità specifiche. Se lo Stato non avesse codificato la specificità del fenomeno mafioso, non avrebbe mai sviluppato gli strumenti investigativi e preventivi per combatterlo.
Lo stesso principio si applica al femminicidio. Sotto il profilo criminologico, non siamo di fronte all’uccisione di una donna qualsiasi per motivi casuali, come potrebbe accadere nel corso di una rapina in banca. Il femminicidio è l’atto finale di un’asimmetria relazionale, un delitto commesso in virtù di una dinamica di possesso, controllo, oggettivazione e negazione dell’autonomia della vittima in quanto donna.
L’evidenza dei dati e la specificità del privato
A smentire la tesi dell’omicidio “neutro” intervengono i dati epidemiologici del Viminale, che mostrano una divergenza macroscopica e strutturale. Negli ultimi trent’anni, in Italia, il numero complessivo degli omicidi è crollato drasticamente, in particolare quelli legati alla criminalità organizzata e comune, le cui vittime sono storicamente e prevalentemente uomini.
Esiste però una linea scura che non accenna a flettere: quella delle donne uccise in ambito familiare, affettivo o di prossimità. Gli uomini vengono uccisi prevalentemente nello spazio pubblico da sconosciuti o conoscenti; le donne vengono uccise nello spazio privato, tra le mura domestiche, da partner o ex partner che non accettano la fine di una relazione o il compiersi di una scelta di libertà. Una specificità statistica di questa portata non può essere derubricata a coincidenza.
Il dato strutturale
Mentre i delitti legati alla criminalità comune diminuiscono, i delitti di prossimità contro le donne restano una costante. Negare questa specificità significa rinunciare alla comprensione del fenomeno.
Il quadro normativo e la prevenzione
La categorizzazione del femminicidio non risponde a una velleità ideologica, ma a una stringente necessità di tutela. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia, definisce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una conseguenza della disparità storica nei rapporti di forza tra i sessi.
Il legislatore italiano, attraverso l’introduzione del ‘Codice Rosso’ e i successivi inasprimenti, non ha creato un “privilegio del genere femminile”, ma ha preso atto di una vulnerabilità specifica. Ha introdotto aggravanti connesse al legame affettivo e ha procedimentalizzato i segnali d’allarme (lo stalking, i maltrattamenti, le minacce).
A differenza della criminalità comune, il femminicidio è quasi sempre l’esito di un’escalation prevedibile e, quindi, prevenibile. Se rifiutiamo di nominare il fenomeno, se lo priviamo della sua connotazione di genere, ne occultiamo le radici culturali. E senza l’analisi delle radici colturali, l’azione dello Stato si riduce a una mera constatazione ex post, rinunciando alla prevenzione e all’interventismo tempestivo a tutela delle vittime. Il diniego del femminicidio, in definitiva, non è una legittima opinione controcorrente: è una semplificazione pericolosa che arretra il livello di protezione sociale e giuridica della collettività.
La cultura del possesso e la sfida del domani
Non possiamo permetterci di considerare la violenza di genere come un’inevitabile tassa da pagare alla follia isolata di pochi individui. Il femminicidio non è il frutto di un “raptus” improvviso, né l’esito di una generica fragilità umana; è l’espressione ultima e più violenta di un retaggio culturale antico, basato sull’idea del controllo e del possesso del corpo e della volontà altrui. Una cultura che si annida nelle parole quotidiane, nelle disparità economiche e nella pretesa di poter decidere della libertà di una persona in virtù del legame affettivo che si è stretto con lei.
Finché la risposta delle istituzioni e del dibattito pubblico rimarrà confinata alla sola indignazione del giorno dopo, o peggio, alla minimizzazione semantica, continueremo a piangere vittime che potevano essere salvate. La vera svolta non si gioca solo nelle aule di tribunale con l’inasprimento delle pene, ma nelle aule scolastiche, nelle famiglie e nell’educazione all’affettività e al rispetto dell’alterità.
“Le parole sono fatte per nascondere i pensieri, i versi per conservarli.”
Ugo Foscolo
Nominare correttamente il femminicidio non è un esercizio di stile, ma un atto di profonda giustizia e di memoria. Perché solo dando il giusto nome all’orrore possiamo sperare, un giorno, di scriverne la parola fine.
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