Champions League, notte fonda Italia.
Cadono tutte in Europa. Napoli, Inter, Como e Roma non raccolgono neanche un punto e mostrano grande fragilità nella fase difensiva.
Una due giorni davvero da dimenticare per il calcio italiano. Quattro sconfitte in altrettante partite e un comune denominatore: la difficoltà nella gestione dei momenti chiave delle partite. I risultati di questo turno di Champions raccontano molto più di una serata storta. A colpire, da una parte, c’è il numero di reti subite: 14, decisamente troppe. Dall’altra, inquieta il modo in cui sono arrivate. L’Inter paga la troppa fretta nel rimontare lo svantaggio; il Napoli fa un errore ed esce dal campo; il Como non trova la quadra dopo aver incassato il pareggio e la Roma si lascia scivolare dalle mani una partita ormai vinta.
Inter-Brugge 3-4: blackout e punge il “milanista” Tresoldi
La sconfitta più clamorosa riguarda i Campioni d’Italia. Tantissime emozioni, ma soprattutto campanelli d’allarme per la squadra allenata da Cristian Chivu, rea di non aver saputo gestire la fretta di trovare il vantaggio. A cambiare la partita è incredibilmente una parata del portiere avversario: sul punteggio di 1-1 Lautaro colpisce a botta sicura, Sommer para con il piede. Pochissimo dopo, l’Inter si spacca, Martinez esce a vuoto sulla trequarti e Tresoldi insacca a porta vuota. La serata di grazia dell’italo-tedesco culmina con la rete del 3-1, che coincide con la sua tripletta personale, dopo aver dichiarato di essere un grande tifoso del Milan. Lautaro trova il gol del 3-2, ma qui subentra il grande limite di questa squadra: la sensazione di poter sempre rientrare in partita non coincide con la capacità di amministrarla. Ogni volta che i nerazzurri sembrano avere la situazione sotto controllo, il Brugge trova lo spazio per ripartire e colpire. E così i belgi segnano anche il 4-2.
La reazione finale, con Bonny che prova a riaprire l’incontro nel recupero, dimostra che i nerazzurri non hanno smesso di crederci. Ma il carattere, da solo, non basta a compensare una fase difensiva troppo vulnerabile. Per l’Inter, la priorità è ritrovare equilibrio: senza una maggiore solidità, anche una produzione offensiva importante rischia di diventare inutile senza la capacità di gestire i momenti importanti.
Villarreal-Napoli 3-1: tre minuti per buttare un buon avvio.
Se a Milano il risultato è stato frutto di una serie di amnesie, la partita del Napoli ha un prima e un dopo l’1-1. I partenopei partono alla grande con Rrahmani che apre le danze dopo otto minuti, seguito dal palo di testa di Hojlund ma, nel momento in cui il doppio vantaggio sembra nell’aria, un evento cambia del tutto le sorti della partita al minuto 26.
Politano riceve il passaggio di un compagno, alza la testa due volte ma non vede spazi. Decide di tornare dal portiere con un retropassaggio. La misura è troppo imprecisa, l’attaccante georgiano Mikautadze si avventa sul pallone, salta Milinkovic-Savic e appoggia in rete il gol del pareggio. Il Napoli non ha più la forza di rialzarsi e tre minuti dopo incassa anche il secondo gancio con la conclusione da fuori di Mouriño, lasciato troppo libero dalla retroguardia.
Il problema non è soltanto tecnico. È soprattutto una questione di concentrazione, distanze tra i reparti e capacità di reagire alle difficoltà. Dopo aver subito i due gol, il Napoli fatica a ritrovare ritmo e organizzazione, specialmente nella ripresa. La manovra diventa meno incisiva, il centrocampo perde controllo e gli attaccanti ricevono meno palloni giocabili in condizioni favorevoli. Il Villarreal diventa padrone del campo e chiude la partita a pochi minuti dal novantesimo con il neo entrato Oluwaseyi.
La sconfitta evidenzia una fragilità che va oltre il risultato: il Napoli sembra ancora incapace di mantenere lo stesso livello di attenzione per tutti i novanta minuti. In Europa, una buona partenza non rappresenta una garanzia e un paio di minuti giocati male possono compromettere un’intera prestazione. Martedì prossimo contro il Bodø/Glimt è già un possibile punto di non ritorno: con un’altra sconfitta, si rischia la stessa figuraccia della scorsa stagione, in cui gli azzurri sono arrivati trentesimi su 36.
Feyenoord-Como 3-2: contro il muro della realtà.
La sconfitta del Como al De Kuip di Rotterdam è tutt’altro che una bocciatura, ma rappresenta senza dubbio un dover fare i conti con la realtà. I lariani arrivavano a Rotterdam con il vento in poppa dopo la straordinaria vittoria all’esordio contro il Lipsia. In Europa, però, tecnica ed entusiasmo non sono componenti sufficienti, soprattutto in trasferta. Il gol del vantaggio di Diao sembrava aver spianato la strada verso un altro trionfo di Cesc Fabregas, ma forse ha prodotto l’effetto meno sperato.
Più alto si vola, più dolorosa è la caduta. Probabilmente c’è un piccolo rilassamento; il gol del pareggio di Zechiël dopo un minuto fa davvero male ai lariani. In quel momento, i giocatori hanno perso consapevolezza, il rovente tifo avversario si è alzato e il Como non ha saputo riprendere in mano la partita come aveva fatto nei primi 18 minuti di gara. Nella ripresa il Feyenoord ne segna altri due, mentre Douvikas può solo accorciare a tempo scaduto.
Non è una bocciatura del progetto, anzi. Da questa partita può derivare una crescita positiva nel lungo termine. Il Como dimostra ancora una volta di poter competere ad altissimi livelli, ma a volte pecca ancora un po’ di presunzione. In Champions League, il talento apre le porte. La maturità, però, è ciò che permette di attraversarle davvero.
Roma-Real Madrid 3-4: la sconfitta che fa più male.
Se c’è una sconfitta che racchiude tutta la crudeltà del calcio europeo, è quella della Roma contro il Real Madrid. All’Olimpico finisce 4-3 per gli spagnoli, ma il risultato racconta soltanto una parte della storia. Perché per quasi 80 minuti la Roma non ha dato speranze ai 15 volte campioni d’Europa. Il crollo nel finale non rende giustizia a una prestazione quasi perfetta.
La Roma trova nella riaggressione e nella ricerca della profondità la sua arma migliore: De Roon buca Courtois, Malen si scatena e la sua doppietta porta i giallorossi avanti sul 3-1. Ma la Champions League è la coppa del Real Madrid; gli ultimi 10 minuti hanno spiegato perfettamente il perché.
Forse Gasperini fa una piccola sbavatura nella lettura dei cambi, perché Mancini ed Hermoso erano in ritmo partita; Balerdi e Koulierakis non sono entrati altrettanto bene. Inoltre Dybala ha avvertito un risentimento muscolare, privando i loro compagni del leader tecnico. Gli ultimi minuti sono sportivamente crudeli: la Roma subisce tre gol su altrettanti calci d’angolo e una notte magica diventa un incubo.
Quattro sconfitte, un solo grande interrogativo: dov’è la solidità italiana?
Le quattro partite offrono scenari differenti: Inter, Napoli, Como e Roma hanno perso per motivi specifici, legati alle rispettive caratteristiche e ai diversi momenti delle gare. Sarebbe quindi riduttivo attribuire ogni risultato a un unico problema tattico o a una presunta inferiorità generale del calcio italiano. Eppure ci sono dei segnali in comune.
L’Inter concede troppe occasioni e non riesce a controllare le ripartenze del Brugge. Il Napoli si disunisce dopo aver trovato il vantaggio e paga una breve ma decisiva perdita di concentrazione. Il Como fatica a reggere il cambio di ritmo del Feyenoord. La Roma, infine, non riesce a difendere un doppio vantaggio contro una squadra abituata a rimontare anche nelle situazioni più complicate.
Le squadre italiane hanno sempre tirato fuori il meglio di sé nelle difficoltà. Oggi accade l’esatto opposto.
Il dato più difficile da digerire riguarda i punti fatti: se unissimo le partite giocate dalle quattro squadre italiane in una sola compagine, saremmo undicesimi nel girone ma con sei gare in più disputate.
La Champions League non aspetta e non perdona. E quest’anno il calcio italiano rischia di farsi seriamente male.
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