Anastasio e il distacco dalle macchine
Un suono ruvido e leggero, un pensiero al tempo stesso semplice e articolato. La scrittura di Anastasio è così densa da lasciare spazio a molteplici interpretazioni, tutte potenzialmente valide, anche quando si allontanano dall’intenzione originaria dell’artista. Perché tutto nasce dalla singola autenticità: ognuno ha il proprio vissuto e nessuno possiede la sfera magica con la verità assoluta.
Quando traduciamo la vita in voce ed espressione, non esiste un “giusto” o un “sbagliato”. Non c’è una chiave di lettura universale, ma infinite risposte generate dalla nostra immaginazione, capaci di proiettare film continui e farci viaggiare con la mente, lasciando coesistere, nello stesso istante, lo Steven Spielberg e lo Human Safari che è in noi.
È la capacità di essere illusori e concreti con la disarmante immediatezza di un “giro di do”, buono per ogni evenienza. In fondo, essere un po’ “paraculo” nella praticità sembra a volte battere i sacrifici: l’astuzia del momento che decide, d’un tratto, di mettere in secondo piano ogni traguardo sudato.
“Faccio quello che mi pare, che ti piaccia o non ti piaccia”: il rifiuto totale di etichette e generi; un caos espressivo che scardina le regole della discografia. Il pensiero comune o la hit estiva non possono e non devono prevalere sull’esigenza di raccontarsi davvero. E’ nel superamento dei propri scogli interiori che l’artista crea mondi nuovi, in grado di trasmettere la voglia di alzarsi da un letto sfatto, in cui le lenzuola poco prima erano davvero come sabbie mobili.
L’ obiettivo di riscoprire le proprie radici. Altrimenti, il rischio è di essere accerchiati da un perenne duello tra automi, finendo in fine schiacciati dalla costanza del “ciclope”: un gigante imbottito di comandi preimpostati e un simulatore totalmente privo di autocoscienza, incapace di essere e di gestire il mondo circostante. Quello di Anastasio è allora un invito a salutare l’ipocrisia per riconnettersi al nostro lato più puro e infantile. Dopotutto, è talmente “assurdo”, perché esisterà sempre, però diventiamo i primi artefici della scomparsa, solo per inseguire una puerile uniformità.
L’unico modo per non darla vinta al “bimbo di legno” e alla successiva avanzata della macchina sembra essere davvero questo: mettere a nudo i nostri pensieri più puri e provare a vivere la semplicità, a nostro agio. Solo così si arriva al cuore degli altri.
Distaccarci dai comandi prima di dissolverci in un completo “rosso di rabbia”, e lasciare che il gioco creativo si alimenti di studio e di curiosità costante. È l’esigenza che Anastasio raccontava già oltre un anno fa in “Le macchine non possono pregare”, il suo ultimo album. Un disco che, anche per la sua distanza dalle logiche dell’esposizione continua, rischia di essere passato più in sordina di quanto meritasse. E proprio per questo vale la pena riascoltarlo: perché, mentre il mondo decide di correre verso automatismi sempre più sofisticati, Anastasio ci ha sempre ricordato che l’autenticità resta il gesto più rivoluzionario.
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