Toccare la “Torre” più alta e trovare il centro nel mondo
Un capovolgimento non d’animo, ma d’atteggiamento esterno: così “Il migliore”, il monologo scritto da Mattia Torre e interpretato da Valerio Mastandrea nei panni di Alfredo Beaumont, si fa beffe delle regole del gioco sociale.
Un sistema in cui chi calpesta il prossimo e coltiva il proprio egoismo viene portato sul piedistallo, mentre chi è buono, incapace di vedere la malignità altrui, sottostà, obbedisce e tragicamente, sorride, come un fantoccio. È questa la realtà che Mattia Torre fa vivere a Alfredo Beaumont: un mondo in cui la bontà viene scambiata per debolezza e il cinismo per forza. Il bene che perde sul male con il risultato di tre a zero.
Essere il giocattolino dell’azienda e accettarlo: un pupazzo che ingoia tutto, recitando una commedia necessaria, da premio Oscar, perché il minimo accenno di dissenso significa essere tagliati fuori. Rinunci al dialogo, annuisci a ogni cosa, persino alle astrusità più evidenti. O diventi il “secondino” oppure vieni buttato via in un secondo, come carta straccia. Il sistema è sacro, e i suoi massimi interpreti si muovono per farlo funzionare. I piccoli ingranaggi, invece, vengono ridotti ai minimi termini, resi insignificanti. Anzi, acquistano un unico valore: alimentare l’ego dei superiori e dei figli di papà. “Se lui mi permette di ridicolizzarlo, beh, io lo faccio volentieri. Io ti faccio lavorare, ti porto i soldi a casa e quindi posso trattarti come voglio”.
Chi sta sotto le luci dei riflettori si professa nervoso, deve velocizzare i suoi ritmi e non può perder tempo dietro alla piccolezza. Tu invece, considerato proprio come quest’ultima, hai il compito di alleggerire lo stress altrui attraverso la tua sottomissione. E nel frattempo devi anche essere contento. È il trionfo di chi si approfitta del proprio ruolo sociale, abusando dell’insicurezza dei sottoposti. Costringe a vivere con la concezione di dover apparire retti e corretti all’esterno, mentre dentro abbiamo tutte le ossa rotte.
Lo stato che si assume è questo: una paranoia deleteria. Il pericolo, lo stesso che da piccoli ci hanno insegnato a temere ovunque, si traveste di mille vestiti diversi dietro ogni angolo. In un marasma che rimpicciolisce e svuota l’integrità, tutto finisce per far paura, persino preparare un tiramisù. Il corpo si acciacca, il sonno si spezza, ansie e preoccupazioni divorano le giornate. Eppure, una volta trovato un nome al problema del malessere, scopri che il riscontro degli altri non è comprensione, ma solo una sterile indifferenza. Costretto a inghiottire anche quest’ultimo boccone, ti ritrovi con le batterie completamente scariche; a quel punto, le interazioni umane giornaliere, una più inconcludente dell’altra, diventano le gocce finali che fanno traboccare un vaso stracolmo, privandoti anche delle ultime briciole di dignità che avevi in corpo.
L’idea di aprire un dibattito nasce. Tenti di confrontarti, ma la controparte ti sbeffeggia e chiude la porta in faccia. Provi, però un muro sembra davvero avere più udito e umanità, allora assecondi, senza scomporti troppo la giacca. Per questo, in un tentativo quasi disperato di essere accettato, cerchi di sapere tutto, anche dettagli inutili e ridicoli. Rimanere informato diventa lo strumento per sentirti integrato e non restare ulteriormente indietro, nella speranza di appartenere in modo equo alla realtà, come tutti gli altri. Cerchiamo solamente di fare un nodo migliore alla cravatta, ma ancora una volta, l’abbiamo stretta male.
La vita, sotto forma di “circostanze casuali”, indossa i panni della madre severa, e pone davanti un bivio: o reagisci o marcisci. Quando decide di darti la sveglia, bussa alla tua porta, con il suono delle sue nocche che rimbomba brutalmente, solo con l’obiettivo di andare dritto al punto: “se ti ostini a fare il buon samaritano, allora ti meriti una cinquina in piena faccia. L’unica soluzione per far comprendere che il tempo di sonnecchiare tra le braccia di Morfeo è finito. Alzandoti, però, metti un piede in fallo e scivoli, commettendo un errore difficile da rimediare. Pronto a ricevere il colpo di grazia, incredibilmente, vieni salvato. Ne esci pulito, senza scorie, eppure dentro di te qualcosa si è spezzato. Lo schiaffo ti ha comunque spinto nel baratro, costringendoti a raschiare il fondo del barile. Ma proprio nel raggiungere i bassifondi, l’orecchio si allontana dal rumore esterno e inizia a prestare attenzione a un’altra voce. A forza di non ricevere ascolto dagli altri, una reazione istintiva e spregiudicata, lontana dalla personalità attuale, consente di concedere spazio a chi non avresti mai creduto: al tuo alter ego. Da vittima sacrificale diventi il tiranno più spietato.
La metamorfosi esterna nasce da qui, da un puro istinto di sopravvivenza. Interiormente invece, riparato da questo nuovo mantello che fa da corazza, rimane sempre se stesso. Una conclusione nata come sfogo alla realtà da cui è circondato. Alfredo, pur di farsi notare, sfocia nell’odio. Solo così, tocca con mano il potere della supremazia e raggiunge la pace nella quotidianità. La logica dietro questa scelta è spietata: “Se sei maligno, di conseguenza hai carattere, e proprio per questo devi essere rispettato? “Ah, Allora forse devo chiamare il mio sostituto!”. Non diventa un mostro fino in fondo, ma recita per primeggiare sugli ottusi che conoscono esclusivamente la legge del più forte. In questo gioco di opposti, perfetto specchio della scrittura di Mattia Torre in cui comicità e tragedia coincidono, vestire i panni del cattivo si rivela l’unica medicina, per quanto insensata, in grado di preservare l’ultimo barlume di umanità rimasto.
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