L’era della fotocopia: perché l’intelligenza artificiale ci sta rubando il “graffio”

L’era della fotocopia: perché l’intelligenza artificiale ci sta rubando il “graffio”

Mentre ci godiamo la comodità dell’IA, un virus invisibile sta infettando il nostro pensiero: la mediocrità del consenso. Se tutto è perfetto, nulla è davvero vivo.

Il fantasma nella macchina

Qualche giorno fa ho provato a chiedere a un’intelligenza artificiale di descrivere l’odore della pioggia sull’asfalto caldo di agosto. La risposta è stata impeccabile: ha parlato di “petricore”, di reazioni chimiche e di “freschezza rigenerante”. Tecnicamente corretta, emotivamente piatta come un foglio di plastica.
Non ha menzionato quel senso di asma che ti prende quando il vapore sale, o il rumore dei pneumatici che cambia tono, o quel ricordo improvviso di un’estate di vent’anni fa che non c’entra nulla ma che la mente ripesca dal nulla. L’IA sa cos’è la pioggia, ma non sa cosa si prova a bagnarsi.

Ed è qui che stiamo perdendo la partita: stiamo scambiando la precisione con l’esperienza.

La dittatura della “risposta media”

Il problema non è che l’IA sia stupida. Il problema è che è troppo media. Funziona come un frullatore gigante: ci butti dentro Dante, i post di Reddit e i manuali di istruzioni, e ne tiri fuori un omogeneizzato tiepido che va bene per tutti, ma non scalda nessuno.

È la fine dell’azzardo. Se chiedi a un software di pensare per te, lui sceglierà sempre la strada più battuta. Ma la cultura umana non è mai progredita seguendo la via principale. È cresciuta nei vicoli ciechi, negli errori, nelle provocazioni.

Come scriveva Ennio Flaiano,“In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”.

L’IA l’arabesco non lo capisce; lei tira dritto, e noi con lei.

Il cannibalismo dei dati

C’è poi un aspetto che sa di fantascienza distopica: il cosiddetto “Model Collapse”. Siccome il web è ormai intasato di testi generati da macchine, le nuove IA si stanno addestrando sui parti delle vecchie IA. È un serpente che si mangia la coda.
Senza l’apporto fresco dell’intuizione umana – quella sporca, illogica e magari anche un po’ irritante – il sistema digitale sta iniziando a degenerare. Stiamo perdendo le sfumature. Se continuiamo a delegare la scrittura ai bot, tra dieci anni scriveremo tutti nello stesso modo, con le stesse tre metafore e lo stesso tono condiscendente da assistente di volo.

Difendere il diritto di sbagliare

 “L’imperfezione è bellezza, la follia è genialità”

Marilyn Monroe

Oggi, essere “umani” in un giornale online significa avere il coraggio di essere imperfetti. Significa usare una parola fuori posto perché ci piace il suono che fa. Significa non piacere a tutti.

Il giornalismo che sopravviverà non sarà quello che ottimizza i motori di ricerca, ma quello che saprà ancora far incazzare o commuovere qualcuno. La nostra unica salvezza contro l’algoritmo è la nostra capacità di restare imprevedibili. Di essere, insomma, meravigliosamente inefficienti.

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